E’ di ieri la notizia della nuova sezione del Guardian dedicata all’ analisi e presentazione di dati di pubblico interesse.
Ieri sera alla trasmissione televisiva “Parla con me”, Giovanni Floris, il presentatore di Ballarò, rispondeva a Fabio Fazio che notava come, dalle statistiche dei politici, venissero dati a volte contraddittori “non esiste un dato certo: ognuno di noi deve avere la responsabilità di elaborare con la propria testa una propria convinzione….” diceva Floris, sostenendo fondamentalmente che non erano importanti i dati in sè, quanto la interpretazione che dei dati ciascuno faceva.

Foto: guardian.co.uk
Circa un anno fa, apparse quantomeno poco comprensibile il paper “against transparency” di Lawrence Lessig, nel quale il fondatore delle Creative Commons espresse più di un semplice dubbio sulla effettiva utilità del rendere disponibili enormi moli di dati che avrebbero portato ad innumerevoli conseguenze negative, senza peraltro giungere a chiarimenti determinanti di problematiche di ineresse collettivo. Tuttavia anche dalle parole di Lessig sembrava emergere come fondamentale il ruolo della “chiave” di lettura e del fine dell’ analisi dei dati.
Per non parlare del “fenomeno Wikileaks”: che dire, se ne è già parlato fin troppo…. Ma anche su quello, per esempio in relazione ai dati trapelati sul nostro paese, l’ interpretazione è stata determinante: sotto gli occhi di tutti come i soggetti cui i “cables” facevano riferimento abbiano reagito ironicamente, senza dare alcuna significanza o rilievo a tali dati, ritenuti per lo più “già conosciuti” o poco più che “pettegolezzi” diplomatici, e chi invece ha interpretato diversamente questo nuovo tipo di “conoscenza”.
Insomma, in buona sostanza, l’ esistenza di enormi moli di dati e la loro pubblicazione non sono elementi significativi in sè. I dati nudi e crudi non sono un pilastro della democrazia. Per due motivi: il primo è che quantità enormi di informazioni, per essere intellegibili necessitano di una enorme capacità elaborativa (e su questo Assange ha compreso che non sarebbe stato sufficiente pubblicare i dati, ma li ha trasmessi ai giornali, coinvolgendoli anche nel processo di archiviazione/ordinamento statistico).
In secondo luogo è necessaria l’ interpretazione: ma cosa è che rende significativa una interpretazione piuttosto che un altra, sugli stessi dati e risultati? Cosa è che rende più “verosimile” una interpretazione ? Diceva Floris, sempre ieri sera: “il dato della disoccupazione in Italia è un pò più basso che all’ estero, questo cosa significa, che stiamo meglio? Forse si, o forse significa che è “testato” sul numero di persone che cercano un lavoro…quando uno è disoccupato si deprime, non lo va neanche a cercare ed il tasso di disoccupazione è basso…” . Insomma i dati da soli non hanno alcun significato.
E’ nella connessione tra un dato e la sua corrispondenza fattuale, storicizzata e sociale, che quel dato assume un significato.
Per l’ analisi delle moli enormi di dati, come potrebbero essere ad esempio per Lessig, tutte le banche dati delle Pubbliche Amministrazioni Statunitensi, è evidente che saranno necessari processi di “intelligenza collettiva” affidati alla elaborazione collaborativa di moltissimi individui interconnessi oltre che, ovviamente, a sistemi tecnologici di elaborazione sempre più potenti ed avanzati.
Ma è nella riproiezione sul sociale che quel dato assume valore e significato e caratterizza la correttezza di una specifica interpretazione. Ovvero, tornando a Floris, per comprendere il significato di un dato di disoccupazione più bassa nel nostro paese, sarà necessario connetterlo con altre informazioni, con interviste e opinioni, con la conoscenza storica e sociale di un determinato territorio.
E questo , probabilmente, nel Data Journalism, potrebbe essere il nuovo ruolo del giornalista. Un giornalista in diretto contatto col territorio (iperlocale) e con il sociale (pertecipazione)
La partecipazione sociale sarà quindi un fenomeno imprescindibile nel “giornalismo dei dati” sia per quanto attiene la loro “raccolta” ed elaborazione, sia per la loro validazione interpretativa. Intelligenza collettiva è la parola giusta, dove i giornalisti potrebbero essere i nodi, le interconnessioni.