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Donne e Media

Vogliamo un Paese che rispetti le donne” è stato il grido di un milione di donne italiane scese in piazza a febbraio per rivendicare maggiore dignità e pari opportunità in un Paese ancora molto maschilista, dove l’apparenza conta più di qualsiasi merito, competenza professionale o qualità personale. Un Paese dove fare la velina è tra le professioni più ambite, dove grazie alla politica abbiamo imparato che cosa sono le escort e, grazie alla tv e alla pubblicità, siamo convinti che il modello femminile al quale assomigliare sia quello di una bambola di gomma tanto perfetta e lucida, quanto finta ed effimera, tanto sorridente, quanto muta e vuota. Leggi tutto

 

Libertà è Partecipazione

Ogni momento della storia degli ultimi secoli, è stato rappresentato da simboli, obiettivi, speranze e legami che tengono insieme i popoli. La classe operaia di Marx, l’etica protestante e lo spirito del capitalismo di Weber hanno rappresentato molti momenti storici dei paesi europei.
Oggi, in Italia, si vive in un momento particolare: la sinistra è alla ricerca di una nuova identità politica. Una prova di questo sono le diverse posizioni politiche che caratterizzano i partiti di sinistra, uniti in una coalizione che litiga quotidianamente su stringenti questioni di attualità, democrazia, eguaglianza e libertà, religione e stato, vita, morte.

Giorni fa leggevo alcune strofe di uno degli storici e studiosi più importanti del pensiero liberale, Alexis de Tocqueville. A lui si accostano oggi i dibattiti sulle questioni etiche, come la povertà, l’aborto, il multiculturalismo, il crocifisso e la libertà d’informazione. Insomma, una sorta di comunitarismo identitario non ostile al pensiero socialdemocratico, ma di tradizione liberale di stampo anglosassone. Forse Tocqueville è stato un pensatore “bipartisan”, a lui, infatti, fanno riferimento anche i vertici della Chiesa, le coalizioni di centro-destra e tutti quelli a cui piace molto il lato teorico della libertà e del suo rapporto incalzante con la religione.

Probabilmente è stato il primo autore che abbia parlato di opinione pubblica nelle democrazie moderne, sia come strumenti di governo che di possibile dispotismo. Egli non era convinto che la democrazia fosse sempre e dovunque il miglior governo possibile, su questo mostrava seri dubbi. La sua diffidenza, però, fu sviscerata a tal punto da dimostrare che è sempre meglio avere una democrazia libera, poiché non potremmo mai essere in grado di limitarla al punto giusto. Proprio questa sua diffidenza può aiutarci a capire quali sono i rischi e quindi, vedere anche quali sono le cose che non funzionano nella nostra “democrazia d’opinione” che assomiglia terribilmente a quella descritta da questo autore nella fine dell’ottocento.

Per il mantenimento della libertà Tocqueville parla, nel libro “La Democrazia in America”, dell’inevitabile presenza e rilevanza delle istituzioni locali, intese come vere e proprie scuole di cittadinanza e di libertà. Il concetto fondamentale inteso dal filosofo francese è quello per cui non bastano molte regole e procedure, ma la base di tutto sta nella responsabilità e nella cultura del popolo. Questa forma di educazione è possibile ottenerla con la partecipazione nelle associazioni volontarie che possono garantire la decentralizzazione del potere e l’allontanamento dal dispotismo, due mali possibili al conseguirsi della democrazia.

Per quanto detto fin ora, ritengo che associazioni di cittadini volontari come il Movimento5StelleProssima ItaliaOpenGovSODYouCapitalPensiero democratico siano un modello prezioso di partecipazione da seguire, per decentralizzare il potere della cosa pubblica, per aumentare la fiducia e la passione verso la politica sana.

 

Open Data, Data Journalism & Democracy: c’è bisogno di partecipazione attiva

E’ di ieri la notizia della nuova sezione del Guardian dedicata all’ analisi e presentazione di dati di pubblico interesse.

Ieri sera alla trasmissione televisiva “Parla con me”, Giovanni Floris, il presentatore di Ballarò, rispondeva a Fabio Fazio che notava come, dalle statistiche dei politici, venissero dati a volte contraddittori “non esiste un dato certo: ognuno di noi deve avere la responsabilità di elaborare con la propria testa una propria convinzione….”  diceva Floris, sostenendo fondamentalmente che non erano importanti i dati in sè, quanto la interpretazione che dei dati ciascuno faceva.

Foto: guardian.co.uk

Circa un anno fa, apparse quantomeno poco comprensibile il paper “against transparency” di Lawrence Lessig, nel quale il fondatore delle Creative Commons espresse più di un semplice dubbio sulla effettiva utilità del rendere disponibili enormi moli di dati che avrebbero portato ad innumerevoli conseguenze negative, senza peraltro giungere a chiarimenti determinanti di problematiche di ineresse collettivo. Tuttavia anche dalle parole di Lessig sembrava emergere come fondamentale il ruolo della “chiave” di lettura e del fine dell’ analisi dei dati.

Per non parlare del “fenomeno Wikileaks”: che dire, se ne è già parlato fin troppo…. Ma anche su quello, per esempio in relazione ai dati trapelati sul nostro paese, l’ interpretazione è stata determinante: sotto gli occhi di tutti come i soggetti cui i “cables” facevano riferimento abbiano reagito ironicamente, senza dare alcuna significanza o rilievo a tali dati, ritenuti per lo più “già conosciuti” o poco più che “pettegolezzi” diplomatici, e chi invece ha interpretato diversamente questo nuovo tipo di “conoscenza”.

Insomma, in buona sostanza, l’ esistenza di enormi moli di dati e la loro pubblicazione non sono elementi significativi in sè. I dati nudi e crudi non sono un pilastro della democrazia.  Per due motivi: il primo è che quantità enormi di informazioni, per essere intellegibili necessitano di una enorme capacità elaborativa (e su questo Assange ha compreso che non sarebbe stato sufficiente pubblicare i dati, ma li ha trasmessi ai giornali, coinvolgendoli anche nel processo di archiviazione/ordinamento statistico).

In secondo luogo è necessaria l’ interpretazione: ma cosa è che rende significativa una interpretazione piuttosto che un altra, sugli stessi dati e risultati? Cosa è che rende più “verosimile” una interpretazione ? Diceva Floris, sempre ieri sera: “il dato della disoccupazione in Italia è un pò più basso che all’ estero, questo cosa significa, che stiamo meglio? Forse si, o forse significa che è “testato” sul numero di persone che cercano un lavoro…quando uno è disoccupato si deprime, non lo va neanche a cercare ed il tasso di disoccupazione è basso…” . Insomma i dati da soli non hanno alcun significato.

E’ nella connessione  tra un dato e la sua corrispondenza fattuale, storicizzata e sociale, che quel dato assume un significato.

Per l’ analisi delle moli enormi di dati, come potrebbero essere ad esempio per Lessig, tutte le banche dati delle Pubbliche Amministrazioni Statunitensi, è evidente che saranno necessari processi di “intelligenza collettiva” affidati alla elaborazione collaborativa di moltissimi individui interconnessi oltre che, ovviamente, a sistemi tecnologici di elaborazione sempre più potenti ed avanzati.

Ma è nella riproiezione sul sociale che  quel dato assume valore e significato e caratterizza la correttezza di una specifica interpretazione. Ovvero, tornando a Floris, per comprendere il significato di un dato di disoccupazione più bassa nel nostro paese, sarà necessario connetterlo con altre informazioni, con interviste e opinioni, con la conoscenza storica e sociale di un determinato territorio.

E questo , probabilmente, nel Data Journalism, potrebbe essere il nuovo ruolo del giornalista. Un giornalista in diretto contatto col territorio (iperlocale) e con il sociale (pertecipazione)

La partecipazione sociale sarà quindi un fenomeno imprescindibile nel “giornalismo dei dati” sia per quanto attiene la loro “raccolta” ed elaborazione, sia per la loro validazione interpretativa. Intelligenza collettiva  è la parola giusta, dove i giornalisti potrebbero essere i nodi, le interconnessioni.