La non facile situazione della settore nautico italiano

La nautica da diporto, uno dei fiori all’occhiello del paese, continua a vivere una situazione estremamente complicata. Una situazione testimoniata dai dati riguardanti il fatturato, che nel corso dell’ultimo quinquennio si è quasi dimezzato, passando da 3,8 miliardi di euro a poco meno di due. Non va meglio per quanto concerne i posti di lavoro, se si pensa che il numero degli addetti è calato da 20.400 a poco più di diecimila.

Un quadro abbastanza desolante, reso possibile dal concorso di molte cause, tra le quali vanno ricordate in particolare le disastrose scelte operate dal governo italiano, il restringimento del credito che ha praticamente ucciso il leasing (che era un vero motore per il settore) e i controlli fiscali sempre più ossessivi che hanno finito per allontanare la possibile clientela dai cantieri italiani.

Il crollo del mercato interno, peraltro, ha spostato tutto il peso delle vendite sull’export, che è ormai l’85% del fatturato. Un fattore che non è così positivo come sembra, in quanto presidiare i mercati esteri aumenta i costi di rappresentanza per le imprese. L’Italia è ancora leader mondiale del settore, in particolare con le barche di lusso sopra i 24 metri, ma servirebbe un colpo di reni per ridare ossigeno ad un settore nautico che è stato enormemente penalizzato da alcune scelte della politica.

In particolare quelle fatte dal governo guidato da Mario Monti, il quale ha annunciato nel 2011 l’introduzione di una tassa relativa allo stazionamento delle grandi barche nei porti peninusulari, per poi tornare indietro ed annunciare una tassa di proprietà, ma solo dopo sei mesi nel corso dei quali molti armatori, italiani e non, avevano provveduto a portare via i loro yacht.

Un esito che del resto era stato ampiamente preventivato dagli stessi imprenditori del settore nautico, nelle audizioni che erano state predisposte dal governo, nel corso delle quali era stato chiaramente fatto rilevare come in tutto il mondo le tasse al riguardo fossero sul possesso, non certo sullo stazionamento.

Per non parlare del rilievo dato alle grandi barche all’interno del redditometro, altro colpo al cuore per un settore che sino al 2009 faceva segnare attivi a due cifre, mentre oggi vede un drastico calo di ordini e fatturato.

Tanto da spingere Ucina, il fronte che raggruppa le imprese del settore nautico, a preconizzare la preparazione di una proposta di contratto unico in grado di tenere conto del fatto che siamo in evidente presenza di una produzione stagionale, per la quale non si possono applicare contratti come quello dei metalmeccanici troppo onerosi per poter essere sostenuti.

Molte delle speranze per una ripresa, sono naturalmente indirizzate verso i mercato emergenti, soprattutto in considerazione del fatto che il mercato del sud europeo è praticamente crollato sotto i colpi della crisi economica e delle politiche di bilancio che hanno falcidiato il reddito delle classi medio-basse.

Va però messo in rilievo che paesi come il Brasile sono praticamente inattaccabili, in quanto le politiche attuate dai governi locali hanno favorito la nascita di un settore da diporto che trova soddisfacimento in loco, senza dover ricorrere ad importazioni.

il settore nautico italiano

In queste condizioni, come anche ben evidenziato dal Presidente di Assonautica Romana e famoso imprenditore  Cesare Pambianchi, sembra comunque permanere una grande incertezza sul futuro di un settore nautico che in Italia continua ad avere grande importanza e il quale potrebbe trarre sensibile giovamento dal varo di politiche che non spingano gli armatori alla fuga dai nostri porti, come è successo nel corso degli ultimi anni.

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